AUTONOMOUS BODY | FELICITY HAMMOND
L’analisi del concetto di ibridazione è al centro della ricerca di Felicity Hammond (Birmingham, 1988), una ricerca che si esplicita in un percorso prima di tutto concettuale – le dinamiche del progresso, la dialettica tra passato e presente – e di conseguenza formale, opere che uniscono tecniche e materiali apparentemente contrastanti.
Autonomous Body sintetizza perfettamente questo approccio: una imponente e seducente installazione che sembra reggersi sulla sagoma – o meglio carcassa – di una automobile. La complessità degli elementi e la stratificazione, reale e non solo simbolica, degli oggetti compone un monumentale paesaggio; la dimensione dei pannelli, che riproducono immagini frammentate seppure riconoscibili di elementi naturali, acqua, alberi, asfalto è di poco inferiore alle dimensioni dell’auto, rendendo la solidità dell’installazione – garantita e dichiarata da supporti – apparentemente precaria.
Dove ha origine e dove si colloca questa precarietà? Artista e ricercatrice, Hammond costruisce un complesso sistema concettuale che poggia su due parole chiave: data mining e geological mining. L’estrazione quindi come un processo analogico, del passato ma tutt’ora attuale e necessario, e l’estrazione di dati, processo altrettanto necessario alla tecnologia del presente, tutto racchiuso in un elemento simbolico che le contiene entrambe, l’automobile.
Le immagini che compongono lo sfondo di questi surreali e stranianti cartelloni sono il risultato di una sofisticata tecnologia di registrazione di dati da parte di un sensore (tecnologia Lidar – Laser Imaging Detection And Ranging) che raccoglie e processa molta parte del mondo esterno. L’automobile diventa quindi, suo malgrado, una delle tante estensioni del concetto di ‘macchina fotografica’, incorporando non solo la capacità generativa ma anche quell’autonomia nella guida che viene sottratta all’intervento umano.
Autonomous Body è una metafora e un teatro della memoria, una architettura complessa e materiale, come è quella necessaria a creare e soprattutto rendere funzionante la generazione di dati che è sostanza del nostro agire presente. Significativo che l’auto sia schiacciata, annullata in una bidimensionalità che è solo gesto e non esito: lo scheletro del telaio dell’auto appare quasi come una vigorosa pennellata, una densa e novecentesca campitura di colore che la rende più autonoma – e viva, nel dedicato senso appunto di funzionante – che mai.
Autonomous Body di Felicity Hammond è attualmente esposta presso Fondazione MAST, in occasione della mostra che presenta le opere finaliste del MAST Photography Grant on Industry and Work 2025, a cura di Urs Stahel, aperta dal 30 gennaio al 4 maggio 2025.
Felicity Hammond
Autonomous Body, 2024
Acciaio, carrozzeria di automobile, vernice per Tesla, C-print, alluminio, 266 x 422 x 5 cm
Courtesy l’artista e Fondazione MAST
19/02/25